"La verità è che non sai cosa accadrà domani.
La vita è una corsa folle, nulla è garantito."
"Chiedono sempre scusa le persone che le scuse dovrebbero riceverle."
"E ricordo che quella sera fu il mio ultimo gesto più coraggioso che io potessi fare. Ricordo che la sera prima avevo tentato di allontanarti per l’ennesima volta, forse per paura, forse per incapacità di amarti come avresti meritato; ricordo delle tue parole “Devi smetterla di comportarti come se non te ne fregasse nulla!” e del mio “ti odio” che dietro celava un “ti amo” sincero e puro, ricordo le lacrime che mi bagnavano il cuscino e il fatto che quella notte non riuscii a prendere sonno, rimasi a fissare il soffitto.
Seduta al mio banco ti guardo entrare, hai un bellissimo sorriso, il tuo solito bellissimo sorriso; la campanella suona, ti siedi al tuo banco, nessun ciao, nessun cenno, solo il silenzio e quell’immensa sensazione di mancanza che mi riempie fino a farmi scoppiare.
Le lacrime mi salgono agli occhi, poggio la testa al banco non voglio farmi vedere così distrutta, non devo farti vedere come sto crollando pezzo dopo pezzo. Mattia accanto a me sospira, sa della mia situazione, sa cosa stavo passando, e mi poggia dolcemente la mano sulla schiena. Non dice nulla, fa solo quel gesto, ma a me basta, so cosa significa. Io e Mattia ci conosciamo da tanto, all’incirca 5 anni, sempre la stessa classe, sempre lo stesso banco.
La prof fa l’appello, tutti sembrano felici, l’inizio della settimana sembra mettere allegria, e l’essere l’unica in quello stato mi fa sentire fuori posto ancora di più.
“Parrighetti” sento dire dal fondo della classe ” Parrighetti”. Mattia mi tira una gomitata e io alzo un braccio, la testa sempre bassa, le lacrime che mi rigano il viso “è la stanchezza prof, non ha più l’età” dice in tono ironico “ieri abbiamo fatto tardi” riprende giustificandomi. Ho sempre amato quel ragazzo, è un amico stupendo, riesce a tirarmi sempre fuori da ogni casino, è una cosa reciproca, io lo aiuto nello studio e lui mi aiuta nella vita.
La prof mi guarda stranita “gioventù bruciata” dice in battuta e la classe ride divertita. Diego si gira per darmi giusto un’occhiata veloce, forse immagina il motivo per cui sono messa così, o forse no, immagina che sia davvero come ha detto Mattia.
“So che non dovrei dirtelo, ma Diego ti ha guardata” mi sussurra all’orecchio “forse l’ha capito” scuoto la testa “No, è troppo stupido per capirlo” gli rispondo tra i singhiozzi.
L’interfono della casse suona e la prof risponde come una commessa di un centralino, schiarisce la voce ed esce con un “si” detto con voce suadente e calda. Esce dall’aula, il preside l’ha convocata per una questione di cui non ci vuole parlare, si chiude la porta alle spalle e la sentiamo percorrere il corridoio con passo lungo e pesante. Mattia scivola giù dalla sua sedia e si sdraia sotto la mia, la sua faccia in linea d’aria con la mia, mi fissa e aspetta che io gli rivolga uno sguardo. Gli fisso i pantaloni color bordeaux, gli piacciono molto quei pantaloni, era un mio regalo; salgo con lo sguardo fino a che non arrivo a vedergli gli occhi, color ghiaccio, sempre sorridenti, sempre pieni, non come i miei, marroni e vuoti, freddi, mi cade una lacrima sulla sia maglietta.
“Guarda, hai intenzione di lavarmi? Mia mamma la lavatrice la usa!” mi dice prendendosi la maglia e osservando quella macchi come se fosse qualcosa di irreversibile, poi alza una mano e mi tocca il fianco, io salto dalla sedia “Sei un cretino!” gli dico sottovoce mentre le lacrime cominciano a fermarsi e ad asciugarsi, “ti sbagli, non sono un cretino qualunque, sono il tuo cretino!” ribatte facendomi una smorfia buffa. Rido tra i denti, come se fosse proibito, come se mi facesse del male, poi alzo la testa, sposto il banco e aiuto Mattia ad alzarsi. Torna sulla sedia e mi fissa la faccia trattenendo le risate “me no male che avevi messo il braccio per non farti rimanere il segno.” Dice scoppiando a ridere. Tiro fuori il cellulare per specchiarmi: sulla mia fronte era comparsa una macchia rossa proprio nel punto in cui la mia testa era stata a contatto con il braccio. “Potevi dirmelo prima?!” gli dico tirandogli un pugno “ma sei così carina” risponde lui ridendo.
È strano come certe persone abbiano la capacità di cambiare gli attimi e di renderti felice semplicemente con piccoli gesti. Io e Mattia ci eravamo conosciuti così, in una classe dove tutte le compagne gli sbavavano dietro, io ero diversa, io non provavo nulla per lui, e a lui stava bene, mi vedeva per quella che ero dentro e mi accettava, non aveva paura di dire “le è mia amica” e io ero fiera di poter affermare “ho un amico che rimarrà solo e soltanto un amico”.
Scoppiamo a ridere così, nel bel mezzo della classe la nostra risata sembra far parte di un mondo parallelo. Diego si volta e mi fissa, sembra curioso e infastidito al tempo stesso, Mattia gli lancia uno sguardo e lui si volta subito come uno spione colto sul fatto. Torna a fissarmi, poi apre la bocca ma lo blocco prima che lui possa proferire parola “ho capito” dico precedendolo. Si avvicina a me e mi abbraccia, la nostra amicizia ha sempre avuto quel non so che di magico, è come se entrambi avessimo una sorta di energia e l’unico modo che abbiamo per scambiarla sia abbracciarci. “Dovrai dirgli la verità un giorno, lo sai bene “ mi dice “tenere nascosta la cosa non ti fa bene e non ti guarisce” riprende diventando serio; mi guarda dritta negli occhi e io mi sento salire un brivido dalla schiena “promettimelo” dice e io annuisco abbassando lo sguardo.
La porta della classe si riapre e la prof entra, si scusa per l’imprevisto, poi si mette a far lezione.
Io non riesco a seguire, non riesco a non pensare alle parole di Mattia, a ciò che non riesco a dire nemmeno a lui. Ha ragione, io dovrei dire la verità a Diego, la se lo facessi, dovrei dirla anche a lui, no, ho troppa paura.
Le ore passano, io sempre per i fatti miei, ogni tanto un sorriso rivolto a Mattia, ogni tanto uno sguardo fuori, ma nulla di più.
Torno a casa, devo scrivere quelle dannate lettere, oggi è il grande giorno, se non o faccio ora, non lo potrò fare mai più, faccio qualche ricerca e poi prendo due fogli, due buste, due persone; poi dovrò portarle a Mattia e spiegargli cosa fare.
Mi metto a scrivere una volta finito tutto, e vengo svegliata da mia madre che con molta cura mi scuote le spalle e mi ricorda che tra meno di un’ora devo andare all’appuntamento.
Piego la carta, e la metto nelle rispettive buste, poi salgo in macchina e vado verso la casa di Mattia.
Suono al campanello, Mattia mi risponde con la sua solita tranquillità.
“Entra pure” dice sorridendo.
“No, tranquillo, devo solo consegnarti una cosa e poi devo andare con mia mamma” dico voltandomi indicandola ferma accanto al marciapiede in macchina. Lui la saluta con la mano e lei ricambia.
“Allora, cosa c’è di così importante?” chiede incuriosito.
Tiro fuori dalla tasca due buste bianche, una delle due ha scritto sul retro “Mattia” e una “Diego”.
“Cosa significa Martina?” chiede preoccupato.
“Lo capirai presto” gli dico mostrando un sorriso che mi serviva per bloccare ancora qualche istante le lacrime “Promettimi di dare la busta a Diego domani, promettimelo Mattia” e lui annuisce “E promettimi di aprire la tua solo quando sarò salita in macchina e sarò partita” cercò di obbiettare “Promettilo” gli ripeto.
“lo prometto” mi ripete lui.
“A domani” dico avvicinandomi e dandogli il mio solito bacio e abbracciandolo qualche istante in più del normale. Cominciai a sentile le lacrime pizzicarmi gli occhi, dovevo andare, era arrivato il momento.
Mi voltai e corsi alla macchina, chiusi nervosamente la portiera, mi misi a piangere prendendomi il volto tra le mani, poi la macchina si mosse. Non avevo il coraggio di guardare Mattia, non avevo il coraggio di vedere la sua faccia.
Mattia entrò in casa e si mise sul divano, aveva seguito quello che gli avevo fatto promettere. Si rigirò la busta tra le mani cercando di capire cosa potesse contenere, poi finalmente l’aprì. All’interno c’era una lettera scritta a mano. A Mattia piaceva molto la calligrafia di Martina, la trovava dolce e semplice.
“Caro Mattia,
Sembra strano dover scriverti una lettera, mi fa sentire piccola, come quando ti piaceva da morire un compagno di classe e per sentirti più grande gli scrivevi una lettera da nascondergli nello zaino, per farla venire bene la riscrivevi più volte, poi prendevi il foglio definitivo, e con la calligrafia più bella che potessi fare, ti mettevi a scriverla con cura e molta attenzione.
Ovviamente, come sai, non sono qua per parlarti del mio amore segreto per te, ma ben sì di un fatto ordinario che da troppo tempo ti tengo nascosto.
Ti ricordi la prima volta che ci siamo visti, io ero così buffa con quei capelli corti e tu così privilegiato perché ti conoscevano tutti. Io lo ricordo come se fosse ieri, lo ricordo perché ci penso ogni sera, penso a come avrei potuto passare questi 5 anni se non ti avessi mai conosciuto, probabilmente non avrei avuto un sacco di problemi, lo devo ammettere, ma dall’altra parte, credo che sarei stata più sola. Già, più sola di quanto non lo sia già adesso.
So che odi questo mio modo di trattarmi, questo mio continuo sminuirmi e non vedere come sono realmente, ma credo che in questo momento, ormai, posso permettermi di insultarmi; ora non ho più nulla da perdere. – Mattia alzò la testa perplesso, non capiva dove Martina volesse arrivare – Sai, prima di scrivere questa cosa, ho fatto una ricerca su internet, ho cercato quanto ci mette in media una persona a leggere una singola lettera, e ti sembrerò pazza se ti dicessi che tutto quello che ti ho riportato sopra, dalla punteggiatura agli spazi, l’ho scritto per far passare più tempo possibile.
Ti ricordi quando ti ho detto della mia malattia? Io si, ricordo le mie sensazioni, il tipo di lacrime che piansi, più tristi, più dolorose rispetto alle solite, e sai cosa ricordo particolarmente(?), il tuo abbraccio e le tue parole: “Allora il mio compito sarà quello di starti accanto” dicesti, ed è strano pensare al fatto che hai mantenuto quella piccola promessa.
Te ne sono grata.
E con questo punto, dovrebbe essere passato il tempo necessario. – Mattia stava iniziando a preoccuparsi; tempo necessario per cosa? – Sto andando in ospedale Mattia, io e la mia famiglia abbiamo deciso di tentare l’operazione, i medici dicono che alla fine non ho nulla da perdere; hanno ragione. La realtà è che negli ultimi mesi ti ho raccontato un sacco di bugie, scusami, non avevo il coraggio di dirti la verità.
Così, mentre tu mi chiedevi come andavano le mie visite e io ti rispondevo che la malattia non stava creando problemi, in realtà passavo le giornate a casa perché l’emicrania e gli svenimenti diventavano sempre più frequenti e io morivo dentro. Il mio tumore si è ingrandito sempre più fino a quando i medici non mi hanno dato una sorta di data di scadenza: e quel giorno è domani. L’unica speranza che ho, che ha a percentuale di riuscita pari al 10%, è quest’operazione.
Ti prego di scusarmi e di mantenere la promessa che mi hai fatto sulla porta di casa, nella lettera per Diego c’è scritto tutto quello che non sono mai riuscita a dirgli.
È strano no, alla fine, che io sarò ancora in vita o no, lui riuscirà a sapere la verità, tutta la verità.
Un bacio e un abbraccio.
Martina”
Mattia rimase a fissare la firma che Martina aveva fatto con dell’inchiostro rosso, le lacrime agli occhi ormai cominciavano a cadere e a bagnare la carta della lettera. Voleva strapparla, avrebbe voluto urlare, ma l’unica cosa che il suo corpo gli permise di fare, fu alzarsi, aprire la porta e correre verso l’ospedale.
Le lacrime agli occhi gli appannavano la vista e rendevano la strada sfocata, le gambe gli facevano male, e sapeva che appena si sarebbe fermato gli sarebbero venuti i crampi, ma in quel momento, i dolore che Martina gli aveva lasciato dentro era più forse di ogni altra cosa.
Entrai nel corridoio e andai al tavolo chiedendo di essere portato alla stanza di Martina, ma appena mi voltai vidi sua madre; l’infermiera dietro di me mi rincorse “giovanotto, non può stare qua” mi rimproverò “stia tranquilla, è un parente” disse la madre per giustificarmi.
L’infermiera tornò al suo lavoro.
“Non vorrebbe che tu fossi qui” aggiunse poi.
“Ho fatto una promessa signora, e io mantengo le promesse.” dissi stringendo i pugni.
“Rilassati, abbiamo molto tempo prima che escano e ci facciano sapere qualcosa” mi disse e io mi sedetti in una sedia proprio accanto a lei, sapevo di doverle stare vicino, sapevo che nel profondo entrambi avevamo bisogno di un sostegno morale.
Passarono 5 ore, io ormai avevo percorso quel corridoio una ventina di volte. Ero nervoso, mi sentivo impotente, come se la mia presenza fosse inutile, come se il tempo rallentasse i secondi per farmi soffrire ancora di più. Quelle 5 ore divennero lunghe quasi 5 anni, e l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era a quanto fossi stato stupido nel non accorgermi di come realmente stesse vivendo Martina; era diventata brava a fingere, ormai anche io facevo fatica a riconoscere come stesse davvero dentro.
Uno dei medici uscì dalla sala operatoria togliendosi la mascherina. Io mi alzai in piedi come un soldato davanti al proprio tenente, sull’attenti.
“Lei è un parente?” chiese.
“È il fratello” disse la madre.
“Molto bene.” Riprese, poi fece un sospiro “L’operazione è andata a buon fine, Martina ora verrà portata in stanza, non entrate in più di due. È debole, devo avvisarvi che non sappiamo ancora l’esito definitivo di tutta l’operazione in sé.”
“In che senso debole?” chiesi allarmato.
“È una situazione strana, ma è come se il suo corpo si sia già lasciato andare, non reagisce, è come se Martina si fosse già rassegnata.”
“Sentirà male?”chiese la madre.
“Le abbiamo dato della morfina.”
“Per quanto farà effetto?”
“Se continua in queste condizioni, da un minimo di 3 minuti a un massimo di 2 ore.” rispose il medico abbassando lo sguardo e poi andandosene nuovamente nella sala operatoria.
“Che significa?” chiesi alla madre di Martina, lei e il medico sembravano sapere cose di cui io non ero a conoscenza.
“Nulla, caro.” Mi rispose senza girarsi.
Sentivo che la donna stava singhiozzando, aveva lo stesso modo di piangere di Martina, un pianto triste, silenzioso, uno di quei pianti che ti tieni dentro perché sai che internamente fa più male.
Stetti in piedi per i 3 minuti seguenti, volevo vedere Martina uscire dalla sala operatoria, volevo stringerle la mano, volevo rassicurarla e dirle che sarebbe andato tutto bene, che domani avrei consegnato la lettera a Diego e che quando sarebbe tornata a scuola, tra una settimana, l’avrebbe trovato alla solita fermata pronto ad abbracciarla e a dirle che anche lui ha sempre ricambiato tutti quei sentimenti.
Volevo dirgli che gli sarei stata sempre accanto, ovunque, come se non ci fosse un domani e che da quel giorno non l’avrei più lasciata andare nemmeno un secondo.
I medici aprirono le porte e uscirono con il suo letto. Martina era distesa, la testa fasciata e una flebo nel braccio, la sua faccia era rilassata, quasi felice, come quella di un bambino nel bel mezzo della notte, quando dorme e se ne frega del domani.
La portarono nella stanza 3, già, il 3 è sempre stato il suo numero, per lei aveva qualcosa di magico, e il fatto che fosse stata messa proprio in quella stanza mi fece venire i brividi.
La prima ad entrare fu la madre, io rimasi fuori, non volevo sapere cosa si stessero dicendo o come Martina si sentisse, volevo vederla da solo, e scoprirlo con i miei occhi. Passarono altri 3 minuti e tutto sembrava essere ancora a posto.
La madre uscì dalla stanza con una mano sulla bocca e con l’altra mi diede una piccola e lieve pacca sulla spalla; gli occhi tristi, quasi pesanti, bagnati dalle lacrime, non disse nulla, fece solo quel gesto e poi mi fece entrare in stanza.
Martina era stesa nel letto, le braccia lungo il corpo, rigide, e lo sguardo rivolto al soffitto; accanto a lei c’èra una piccola sedia. Mi sedetti e le presi la mano, era fredda, più fredda del solito. Non sapevo cosa dire, vederla così mi metteva toppa tristezza e avevo paura che le parole potessero ferirla più dei pugnali.
Rimasi in silenzio, un silenzio spezzato solo dal bip ritmico del macchinario che le controllava i livelli e i battiti del cuore, sembravano rallentati, sembrava che fossero tristi anche quelli.
“Non dovresti essere qui” disse con un filo di voce.
“Io mantengo le promesse” rispondo.
“No, l’unica promessa che devi mantenere è quella di portare la lettera a Diego domani.” disse girando la testa a fatica.
“Si, ma tanto quando uscirai di qui tra una settimana, lui ti aspetterà alla fermata del pullman e ti darà un abbraccio enorme, poi tu lo bacerai come mi hai sempre detto di voler fare e sarete felici, l’operazione andrà a buon fine e tu potrai tornare ad essere felice. Martina, te lo prometto.”
“Tu non capisci” mi rispose tornando a guardare il soffitto.
“Cosa non capisco?”
Strizzò gli occhi e dal suo occhio sinistro scese una lacrima. Qualcuno bussò alla porta e io sobbalzai, l’infermiera entrò e mi disse che dovevano fare delle visite alla paziente. Mi alzai.
“A domani” dissi a Martina, poi le baciai la fronte.
Tornai fuori, la madre di Martina era abbracciata al marito, loro sembravano aver già perso le speranze.
Nel corridoio, pochi istanti dopo risuonò un bip lungo, acuto e i medici corsero nella stanza. La signora Parrighetti strinse il braccio del marito stropicciandogli la camicia. Il mio cuore ebbe un fremito, avevo capito cosa Martina diceva, avevo capito cosa stava succedendo.
Mi avvicinai al muro e con tutta la forza che ero riuscito a racimolare, tirai un pugno, setto; non sentii il dolore, era come se la rabbia mi facesse da antidolorifico.
Il medico uscì dalla stanza senza proferire parola, ormai tutti l’avevamo capito, non c’era bisogno di aggiungere altro: Martina era morta.
Il giorno seguente entrai a scuola in anticipo solo per posare sul banco di Diego la lettera che il giorno prima Martina mi aveva dato. Non la lessi e non vi sbirciai dentro, Martina non l’avrebbe voluto, perciò, entrai nella classe quando ancora la scuola era tutta in silenzio e poggiai la busta al centro del banco di Diego, girata verso il basso, in modo che si vedesse al primo sguardo il suo nome scritto sopra. Poi, una volta essermi chiuso la porta dell’aula alle spalle, andai dalla bidella del piano, Martina ci era molto legata, quella donna era davvero stupenda, non si stancava mai di pulire dove noi sporcavamo, e se qualcuno stava male, c’era sempre pronta ad aiutarti e tirarti su il morale. Non sapeva ancora cosa fosse successo, ma mi sedetti al tavolo, le chiesi di fare lo stesso e le detti la notizia. Nessuno giro di parole, la verità cruda e pura: Martina è morta.
La donna ebbe un momento in cui le mancò il fiato, voleva piangere, le si leggeva questo in volto, ma vedendomi così impassibile, mi abbracciò e mi disse “Bisogna essere forti.”
La campanella suonò ed io andai tranquillo in classe, dovevo rendermi il meno sospetto possibile.
Diego salutò la sua solita amica della classe accanto, poi entrò in classe con il sui solito sorriso, ma quando vide la busta la sua espressione si fece seria e cupa. Prese la lettera e la nascose nello zaino. Non voleva leggerla in quel momento, era comprensibile.
La prof fece l’appello, il banco accanto a me vuoto, c’erano solo le frasi che Martina si appuntava nel bel mezzo della lezione. Prima che la prof riuscisse a pronunciare il suo nome io risposi che era assente, che non stava bene, non volevo dire così davanti alla classe la verità, anche perché sapevo che a momenti il preside avrebbe fatto girare la circolare dove spiegava l’accaduto.
I giorni seguenti ricordo di aver visto Diego molto più triste, forse si sentiva in colpa, forse non riusciva a capire a pieno la situazione. Nelle classi venne fatta passare una circolare riguardante Martina, veniva spiegato che era morta e come era morta, veniva spiegato della sua malattia e di come i medici non fossero riusciti a combatterla; io chino, la testa appoggiata al banco con le braccia incrociate com’era solita fare lei, un giorno mi misi al suo banco e guardai fuori dalla finestra, compresi il motivo per cui guardava sempre fuori, il panorama era stupendo e il sole che filtrava dal vetro risvegliava i sensi.
4 giorni dopo la sua morte venne fatto il funerale, io venni messo accanto ai parenti. La cerimonia fu breve, non erano una famiglia religiosa, ma avevano deciso di farle il funerale in chiesa per rispetto.
Finito il funerale ebbi la possibilità di voltarmi e di rendermi conto che pochissima gente della scuola e nessun compagno di classe era presente, evidentemente nessuno voleva ricordare Martina come voleva fare io. C’era solamente Diego, in un angolo; teneva la lettera in mano, aperta, le lacrime agli occhi come lui il giorno della morte dell’amica.
Mi sedetti accanto.
“Martina voleva che non venissi” disse.
“Anche a me aveva detto di non volermi in ospedale..” risposi.
“E alla fine ci sei andato?” chiese girando la testa.
“Già.” Risposi triste.
In quel momento capì che non importava che Martina non fosse la più carina o la più popolare, Martina mi aveva lasciato dentro un vuoto che nessuno avrebbe saputo colmare come faceva lei. Guardai la bara uscire dalla chiesa, mi sentivo in colpa, per non averla conosciuta anni prima e per non averla potuta salvare, ma al tempo stesso sapevo che la nostra amicizia aveva significato molto, per me, per lei, per entrambi."

manicaldeecuorefreddo (via manicaldeecuorefreddo)

(via stavolta-ti-prego-vai-via)

Lacrime…

(via cucciiola58)

(via cucciiola58)

occhimalatidisogni:

persinelvuoto:

La mia cover di A-team di ed sheeran. 

Amo questa canzone e dato che preferisco fare cover di canzoni che mi emozionano davvero, quindi questa era perfetta. 

So che Ed è fantastico e ovviamente inimitabile, ma spero che la mia umile versione vi piaccia comunque. 

Bravissima ❤️

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